Lupin the IIIrd – The Movie: La stirpe immortale è l’ennesima prova di una verità che Lupin si porta dietro dagli anni ’70: può cambiare tono, pelle e persino “temperatura”, ma resta riconoscibile al primo fotogramma. Qui, però, la bussola è chiarissima: siamo nel filone più ruvido e hard-boiled rilanciato da Takeshi Koike, un percorso capace di coccolare i nostalgici e, allo stesso tempo, dare una rinfrescata all’immaginario ladro gentiluomo. Questo film ne rappresenta la chiusura, anche se non tutto viene sigillato in modo definitivo.
La stirpe immortale è un film che alterna colpi da maestro a inciampi piuttosto evidenti, come se volesse correre a tutta velocità ma ogni tanto trovasse un dosso in mezzo alla strada. L’avvio è esplosivo: ti cattura, ti butta addosso energia, tensione, senso del pericolo. Poi, soprattutto nella parte centrale, arriva un calo di ritmo che non riguarda soltanto le sequenze d’azione (che restano presenti), ma la sensazione generale di progressione narrativa: l’andatura si fa più irregolare e l’attenzione tende a disperdersi.

C’è anche un’altra scelta che pesa: lo spazio dato agli antagonisti finisce per “mangiare” un po’ di scena al protagonista. Lupin resta Lupin: astuto, scanzonato, magnetico; ma qui è come se venisse osservato più dall’esterno che davvero compreso. E non riguarda solo lui: anche Jigen, Goemon, Fujiko e Zenigata, pur iconici e sempre efficaci come presenza, restano spesso in superficie, incanalati in dinamiche che pescano da stereotipi e da tratti già noti, aggiungendo meno di quanto ci si aspetterebbe da un capitolo che dovrebbe tirare le somme.
Detto questo (ed è un “detto questo” enorme), quando Koike decide di far parlare l’immagine, il film diventa una calamita. Il design è semplicemente irresistibile: linee, volti, posture, tagli d’inquadratura… tutto grida personalità. È un Lupin “spigoloso”, che sembra scolpito nel nero e nella luce, e ogni personaggio è immediatamente leggibile, quasi fosse un’icona stampata su una cover.
E poi c’è l’animazione: fluida, iperdinamica, costruita per trasformare inseguimenti e scontri in puro spettacolo cinetico. Qui il film vince facile: anche quando la storia non resta perfettamente in equilibrio, l’adrenalina visiva tiene alto l’interesse e ti ricorda perché Lupin, sul grande schermo, sa ancora essere un evento.
In sintesi: La stirpe immortale è un finale imperfetto ma estremamente godibile, più “pancia e stile” che profondità e scrittura. Se cerchi un Lupin che ti intrattenga con estetica e movimento, sei a casa. Se invece vuoi una trama granitica e personaggi davvero approfonditi, potresti sentirne i limiti.