Dopo l’uscita di “Buen Camino”, in cui Checco Zalone affronta con la sua solita ironia anche il tema della prostata, si è registrato un aumento dell’attenzione (e delle visite) verso la salute maschile.
In “Buen Camino”, Checco Zalone riesce a fare una delle sue cose migliori: trasformare un momento potenzialmente imbarazzante in una scena memorabile. La sequenza legata alla prostata non viene mai spinta sull’eccesso, ma costruita con tempi comici precisi, silenzi, sguardi e reazioni che fanno ridere proprio perché incredibilmente umane.

Zalone mette il suo personaggio in una situazione comune, quasi banale, ma la racconta dal punto di vista della paura maschile per eccellenza: quella del controllo, della vulnerabilità, del “non voglio sapere”. La comicità nasce tutta lì, nel disagio trattenuto, nelle frasi dette a metà, nell’atteggiamento di chi vorrebbe scappare ma è costretto a restare.
La forza della scena non sta nella battuta in sé, ma nel riconoscersi. Non è una gag isolata: è un momento che si incastra perfettamente nel percorso del personaggio, rafforzando il tono del film, più riflessivo e meno urlato rispetto ad altri lavori di Zalone.